L’opera Voce del verbo avere – parte della mostra personale Voce del verbo avere, a cura di Beatrice Merz e Valentina Bruschi presso Palazzo Branciforte a Palermo – consiste nella mandibola aperta di uno squalo nella quale l’artista ha sospeso una moneta, ispirandosi al rito dell’obolo di Caronte, ovvero la tradizione di porre una moneta nella bocca dei defunti affinché la consegnassero al traghettatore di anime per avere accesso all’aldilà. L’artista si riappropria della simbologia antica utilizzando una dracma greca degli anni Trenta, che ha la medesima iconografia dell’antico obolo, con la Dea Madre terra Demetra e la spiga di grano. Voce del verbo avere è la metafora visiva del concetto di fame nella quale l’artista associa due diverse accezioni: la fame come bisogno e come brama insaziabile di potere. La valuta greca è un riferimento alla crisi economica sofferta in tempi recenti dalla Grecia mentre le fauci dello squalo un riferimento alla ferocia capitalista che l’ha generata.
Voce del verbo avere
2018
Mandibola di squalo 26,5 x 23 cm, dracma d’argento del 1930, base di ferro 40 x 12 x 26,5 cm. Veduta dell’installazione Ex Monte dei Pegni di Santa Rosalia, Palazzo Branciforte, Palermo. Foto di Sandro Scalia. Courtesy: dell’artista; Fondazione Merz, Torino
